Il linguaggio mediatico del terrore

Il linguaggio mediatico del terrore è una tecnica di comunicazione che mira a generare dei sentimenti di angoscia nei confronti del pubblico. Per fare una campagna pubblicitaria “a tappeto” devi disporre di un enorme budget. Un atto sanguinario che colpisce i valori di un popolo fa il giro del mondo, gratuitamente.  Il terrorismo necessita dei media, li ha sempre utilizzati. Oggi purtroppo i terroristi hanno capito alla perfezione che devi colpire i valori di una cultura per far sentire il popolo insicuro. L’obiettivo è sottrarre potere “screditando”; agire per sottrazione fino ad arrivare a far sentire la tua vittima al sicuro solo se regolamentata dalle tue leggi. Ecco il messaggio: I miei valori non sono i tuoi, il tuo ordinamento è sbagliato perchè non ti ha messo al sicuro. Non esiste un luogo dal quale starsene alla larga, questa destabilizzazione emotiva sta avanzando e attecchendo anche su tutti coloro che fino ad ora hanno fatto spallucce pensando che la guerra abitasse lontano dalle proprie case.

Il linguaggio del terrore è l’anticamera della propaganda. Spesso vanno a spasso a braccetto. Nel caso del terrorismo islamico, la propaganda è il mezzo  di reclutamento e i contenuti propagandistici sono atti atroci miscelati alla religione. Purtroppo in questi giorni l’Europa ha subito un feroce attacco che tocca le corde emotive di tutta l’umanità. La “vittoria” mediatica dei fatti di Manchester contro l’immagine rassicurante di Trump che va dal Papa con il risvolto fashion dell’outfit della first lady. L’Occidente risponde con una “banana ramata”… nulla di concreto, solo comunicazione. Intanto, la paura prende piede e logora. Purtroppo devo ammettere che i terroristi la sanno lunga in fatto di comunicazione, hanno capito benissimo le dinamiche occidentali del linguaggio media, hanno studiato nei nostri college, vivono di stenti come i nostri giovani neo-laureati, fanno fatica ad arrivare a fine mese proprio come noi. Non si tratta di una cultura lontana è la nostra stessa cultura, cambia la religione ma abbiamo tutti la stessa formazione globalizzata. Non esiste una strada giusta siamo arrivati al paradosso, siamo vittime di noi stessi. Il terrorismo c’è sempre stato, ora vedremo Trump come intenderà reagire alla situazione, chiaramente dopo aver sentito tutte le lobby con le quali dovrà scendere a patti prima di mettere in campo una reale azione politica che esula dalla retorica della campagna che gli ha costruito quel genio di Roger Stone and company….  Chi è Stone? Uno che fa il mio lavoro…  un anziano signore che ha iniziato la sua carriera facendo la strategia di comunicazione a Nixon, è uno che è diventato famoso grazie al Watergate… ha fatto diventare Presidente degli Stati Uniti Bush e ha le mani in pasta nella politica americana gestendo le lobby di potere da ben 50 anni. In Occidente sappiamo tutto di tutti, cerchiamo di mettere a fuoco i player del terrorismo dimenticandoci che la genesi di questo tipo di terrorismo è  casa nostra. Il “nemico” non va cercato tanto lontano da casa nostra, in molti casi siamo noi stessi.

Non amo semplificare, in nessun caso, però vorrei lanciare una provocazione.

Cosa succederebbe se non si parlasse più di terrorismo? Credo sia un problema di semiotica, spesso i media utilizzano parole sbagliate e i messaggi che passano non hanno nulla a che vedere con l’informazione mitologica diritto del giornalismo autentico. Tanti anni fa ho conosciuto un brigatista vero, uno di quelli che mettevano le bombe, aveva un linguaggio particolare e con la sua dialettica “eludeva” i significanti dell’ordine che non accettava e nella sua logica tutto era plausibile. Faccio un esempio per farvi capire. Non parlava mai di illegalità, piuttosto parlava di atti extra-legali. A me questa cosa ha fatto pensare tanto, qui ho incominciato a capire che la comunicazione  propagandistica e il linguaggio del terrore cercano sempre di dare definizioni di significante, l’obiettivo di chi comunica con il linguaggio del terrore è quello di dare forma a mostri inesistenti.

 

 

 

La sintesi disfunzionale

Uno a molti è un modello che sarà sempre più debole. Le cose vere succedono su piccoli social creati da noi: prendi WhatsApp. I piccoli social sono piattaforme che permettono di costruire i nostri mondi e gestire relazioni molto profonde e intime nonchè professionali. Non sono piccoli social in termini di iscritti, attenzione.

Viviamo relazioni 1 a 10 in maniera assidua ma abbiamo l’impressione di essere in contatto con il mondo. Tutto è più comodo e funzionale.  Dovremmo avere l’onesta di abdicare dal sogno di essere i nuovi fenomeni mediatici e lasciare che i colossi mass media colonizzino il territorio, con essi i teatranti e i personaggi pubblici staranno al centro dell’attenzione.

Per fare un paragone storico, diciamo che siamo quasi al termine del periodo delle Radio Libere degli anni ’70… Internet oggi è questo. Ci siamo incartati nella sintesi e nella sintesi, siamo costretti a splendere. Restituiamo al mondo  un’ immagine di noi  trionfale e ultraretorica. Abbiamo drammaticamente accettato il fatto che il nostro pensiero non interessa a nessuno, per questo siamo compiacenti. Celebriamo  morti,  meteo e noi stessi. Va bene così.

L’aspetto più interessante della faccenda è la percezione di gratuità del mezzo, Crediamo di usufruire di servizi gratuiti, in realtà paghiamo quotidianamente il nostro dazio, lo facciamo “post su post”rinunciando di fatto al nostro diritto alla privacy. Veniamo segmentati, scannerizzati e spediti sui database dei centri media che vendono le inserzioni sponsorizzate, siamo merce di scambio inconsapevole.

Tra qualche anno avremo la necessità di nasconderci da tutto questo perchè capiremo che la non esposizione crea maggiore curiosità, credo che avremo social network locali  e molto privati che assomiglieranno sempre più alle relazioni umane intime, avremo forse la capacità di scegliere quali informazioni condividere e su quali public network.

Abbiamo lasciato tracce indelebili sui motori di ricerca, i nostri interlocutori hanno sempre libero accesso a ciò che siamo, ciò che abbiamo detto di essere.

Nella sintesi ci siamo persi tutto il fascino della scoperta del prossimo e del mondo che ci circonda.