Scaramucci usa Twitter peggio di un bambino di 6 anni. Trump non ha un team…

Ieri è successo un gran casino. Mentre nel lontano oriente un Dittatore fa test di Guerra Mondiale, il capo della polizia del Mondo Mr. President Donald Trump ogni giorno scivola sulle regole di base del Team building. Senza una squadra non vai da nessuna parte e tantomeno governi il Mondo, in questo momento storico “Governare” vuol dire banalmente cercare di non fare incazzare il tuo popolo e mantenere gli equilibri il più possibile. Non è ipocrisia politica, anzi… mantenere gli equilibri è la cosa più difficile che possa esistere, ci vuole una grande faccia da culo e la capacità di comprendere che il “Paese reale” è allo stremo; basta un attimo.

Vado al sodo. Ci sono ancora di mezzo i social e il web…  Negli Stati Uniti, da poco tempo un finanziere, sottolineo finanziere… è stato nominato da Trump, come capo della Comunicazione, probabilmente il ruolo più importante del team di Governo dopo il Capo di Gabinetto, ma dopo ci arriveremo.

Dopo una cena “informale” Anthony Scaramucci decide di contattare un giornalista del New Yorker, uno dei siti più fighi del mondo con una tradizione cartacea di  importanza mostruosa, rilasciando delle dichiarazioni a dir poco imbarazzanti sui contenuti della cena. La notizia fa il giro del Mondo e il messaggio che arriva a tutti è che Trump è una sorta di mitomane che si comporta alla stessa stregua di un Imperatore romano sempre in preda a paranoie… Sto semplificando moltissimo perchè vorrei cercare di evitare la cronaca (i contenuti della cena e l’intervista spontanea) piuttosto, rifletto sulla tragicità degli effetti che questo fatto avrà su scala mondiale. La prossima settimana, intanto, o Trump licenzierà tutti o si dovrà dimettere, ma attenzione… il genio della comunicazione Scaramucci ritratta sul Twitter così:

Parafrasando: “i soliti giornalisti che manipolano l’informazione… ho sbagliato a fidarmi. Non succederà più”. Colpa insomma del New Yorker! Il Capo di Gabinetto della White House, Priebus è uno che passa la giornata a carpire le debolezze di questo team di matti e credo che sia andato a un centimetro dal naso di “Antonio” a dire: “Ciccio bello, so tutto di te… o ritratti o ti fotto tempo zero”. Ed ecco che magicamente arriva il candido tweet che avete letto sopra.

Tutta questa tarantella sarà nata perchè i vecchi Senatori (Repubblicani!) hanno segato Trump nel suo progetto di revisione dell’ Obamacare? Bah.. sembrerebbe troppo facile, un tipico depistaggio “italiota”, io la vedo più larga la faccenda. Trump non ha un team, perchè è abituato a decidere da solo. E’ un imprenditore… sua moglie sì che è una bella figa! Ora però tocca la sostanza.

Ciao amici!

 

L’inaspettato ritorno del geroglifico

Il mondo che ci siamo ritrovati ha fatto tanti progressi in ambito tecnologico, abbiamo infatti innumerevoli possibilità per esprimere chi siamo o chi vorremmo essere. Ci rappresentiamo attraverso fotografie (vedi Instagram), stiamo terribilmente abbandonando il linguaggio scritto – vedi le condivisioni continue su Facebook – . Abbiamo la neccessità costante di riassumere: l’amore diventa un cuore, la felicità diventa una faccina che ride e così via…

L’invenzione delle emoticons pare che risalga addirittura ad Abramo Lincoln a causa di un errore di battitura di un suo discorso, in quella occasione comparve per la prima volta “;)” l’occhiolino… Negli anni ’60 la faccenda divenne ancor più seria per opera di grafici che non starò qui ad elencare; non è questa la sede. Di fatto, la storia della comunicazione umana nasce con disegni e ideogrammi, la scrittura è un mezzo relativamente nuovo. Oggi ci ritroviamo a comunicare sulle chat o nelle didascalie delle foto con messaggi criptati, stiamo abbandonando la scrittura per tornare al geroglifico. La mia teoria in proposito non è del tutto positiva, la scrittura deve essere conservata è un mezzo di comunicazione fondamentale che permette di raccontare storie ed esprimere concetti profondi, ci arricchisce tanto quanto la lettura. Di fatto, siamo frustrati perchè sappiamo a priori che nessuno ci leggerà, così costruiamo un linguaggio che “serve” solo a noi e alle nostre piccole drammatiche cerchie; vogliamo un grande pubblico ma comunichiamo di “sottobanco” usando questi nuovi geroglifici: le emoticons. La parola cede il passo a concetti ben più ampi spesso indecifrabili, viviamo di significante e non di significato, siamo ambigui nella continua necessità di essere disambiguati. Il linguaggio mediatico dei social media è diventato un fatto ultra narcisistico dove nessuno cresce, nessuno condivide il sapere tranne in rarissimi casi. La rete, il world wide web nasceva per scambiare informazioni, ora esiste solo una necessità: essere acclamati. Stiamo regredendo, stiamo diventando dei “sempliciotti” insicuri e in costante ricerca di conferme che il nostro contesto culturale non ci restituirà mai. Non mi capita di leggere poesie o racconti, dialogo con i miei amici sul whats up dispensando bacini “ok” e faccine con gli occhiali quando il concetto è;”questa è una figata”.Mi costa scrivere, mi costa pure leggere non ho più una mia calligrafia, intorno a me vedo regressione e non so esattamente dove stiamo andando. Nel frattempo, i social sono diventati la nuova “vox populi”, in conclusione, parafrasando uno dei miei autori preferiti, direi: l’adsl è l’oppio dei popoli.

Il linguaggio mediatico del terrore

Il linguaggio mediatico del terrore è una tecnica di comunicazione che mira a generare dei sentimenti di angoscia nei confronti del pubblico. Per fare una campagna pubblicitaria “a tappeto” devi disporre di un enorme budget. Un atto sanguinario che colpisce i valori di un popolo fa il giro del mondo, gratuitamente.  Il terrorismo necessita dei media, li ha sempre utilizzati. Oggi purtroppo i terroristi hanno capito alla perfezione che devi colpire i valori di una cultura per far sentire il popolo insicuro. L’obiettivo è sottrarre potere “screditando”; agire per sottrazione fino ad arrivare a far sentire la tua vittima al sicuro solo se regolamentata dalle tue leggi. Ecco il messaggio: I miei valori non sono i tuoi, il tuo ordinamento è sbagliato perchè non ti ha messo al sicuro. Non esiste un luogo dal quale starsene alla larga, questa destabilizzazione emotiva sta avanzando e attecchendo anche su tutti coloro che fino ad ora hanno fatto spallucce pensando che la guerra abitasse lontano dalle proprie case.

Il linguaggio del terrore è l’anticamera della propaganda. Spesso vanno a spasso a braccetto. Nel caso del terrorismo islamico, la propaganda è il mezzo  di reclutamento e i contenuti propagandistici sono atti atroci miscelati alla religione. Purtroppo in questi giorni l’Europa ha subito un feroce attacco che tocca le corde emotive di tutta l’umanità. La “vittoria” mediatica dei fatti di Manchester contro l’immagine rassicurante di Trump che va dal Papa con il risvolto fashion dell’outfit della first lady. L’Occidente risponde con una “banana ramata”… nulla di concreto, solo comunicazione. Intanto, la paura prende piede e logora. Purtroppo devo ammettere che i terroristi la sanno lunga in fatto di comunicazione, hanno capito benissimo le dinamiche occidentali del linguaggio media, hanno studiato nei nostri college, vivono di stenti come i nostri giovani neo-laureati, fanno fatica ad arrivare a fine mese proprio come noi. Non si tratta di una cultura lontana è la nostra stessa cultura, cambia la religione ma abbiamo tutti la stessa formazione globalizzata. Non esiste una strada giusta siamo arrivati al paradosso, siamo vittime di noi stessi. Il terrorismo c’è sempre stato, ora vedremo Trump come intenderà reagire alla situazione, chiaramente dopo aver sentito tutte le lobby con le quali dovrà scendere a patti prima di mettere in campo una reale azione politica che esula dalla retorica della campagna che gli ha costruito quel genio di Roger Stone and company….  Chi è Stone? Uno che fa il mio lavoro…  un anziano signore che ha iniziato la sua carriera facendo la strategia di comunicazione a Nixon, è uno che è diventato famoso grazie al Watergate… ha fatto diventare Presidente degli Stati Uniti Bush e ha le mani in pasta nella politica americana gestendo le lobby di potere da ben 50 anni. In Occidente sappiamo tutto di tutti, cerchiamo di mettere a fuoco i player del terrorismo dimenticandoci che la genesi di questo tipo di terrorismo è  casa nostra. Il “nemico” non va cercato tanto lontano da casa nostra, in molti casi siamo noi stessi.

Non amo semplificare, in nessun caso, però vorrei lanciare una provocazione.

Cosa succederebbe se non si parlasse più di terrorismo? Credo sia un problema di semiotica, spesso i media utilizzano parole sbagliate e i messaggi che passano non hanno nulla a che vedere con l’informazione mitologica diritto del giornalismo autentico. Tanti anni fa ho conosciuto un brigatista vero, uno di quelli che mettevano le bombe, aveva un linguaggio particolare e con la sua dialettica “eludeva” i significanti dell’ordine che non accettava e nella sua logica tutto era plausibile. Faccio un esempio per farvi capire. Non parlava mai di illegalità, piuttosto parlava di atti extra-legali. A me questa cosa ha fatto pensare tanto, qui ho incominciato a capire che la comunicazione  propagandistica e il linguaggio del terrore cercano sempre di dare definizioni di significante, l’obiettivo di chi comunica con il linguaggio del terrore è quello di dare forma a mostri inesistenti.

 

 

 

La sintesi disfunzionale

Uno a molti è un modello che sarà sempre più debole. Le cose vere succedono su piccoli social creati da noi: prendi WhatsApp. I piccoli social sono piattaforme che permettono di costruire i nostri mondi e gestire relazioni molto profonde e intime nonchè professionali. Non sono piccoli social in termini di iscritti, attenzione.

Viviamo relazioni 1 a 10 in maniera assidua ma abbiamo l’impressione di essere in contatto con il mondo. Tutto è più comodo e funzionale.  Dovremmo avere l’onesta di abdicare dal sogno di essere i nuovi fenomeni mediatici e lasciare che i colossi mass media colonizzino il territorio, con essi i teatranti e i personaggi pubblici staranno al centro dell’attenzione.

Per fare un paragone storico, diciamo che siamo quasi al termine del periodo delle Radio Libere degli anni ’70… Internet oggi è questo. Ci siamo incartati nella sintesi e nella sintesi, siamo costretti a splendere. Restituiamo al mondo  un’ immagine di noi  trionfale e ultraretorica. Abbiamo drammaticamente accettato il fatto che il nostro pensiero non interessa a nessuno, per questo siamo compiacenti. Celebriamo  morti,  meteo e noi stessi. Va bene così.

L’aspetto più interessante della faccenda è la percezione di gratuità del mezzo, Crediamo di usufruire di servizi gratuiti, in realtà paghiamo quotidianamente il nostro dazio, lo facciamo “post su post”rinunciando di fatto al nostro diritto alla privacy. Veniamo segmentati, scannerizzati e spediti sui database dei centri media che vendono le inserzioni sponsorizzate, siamo merce di scambio inconsapevole.

Tra qualche anno avremo la necessità di nasconderci da tutto questo perchè capiremo che la non esposizione crea maggiore curiosità, credo che avremo social network locali  e molto privati che assomiglieranno sempre più alle relazioni umane intime, avremo forse la capacità di scegliere quali informazioni condividere e su quali public network.

Abbiamo lasciato tracce indelebili sui motori di ricerca, i nostri interlocutori hanno sempre libero accesso a ciò che siamo, ciò che abbiamo detto di essere.

Nella sintesi ci siamo persi tutto il fascino della scoperta del prossimo e del mondo che ci circonda.

 

 

Riflessioni dovute sui social dei tempi che corrono

I social network sono tutti intelligenti, siamo noi a deformarli. Non sono cattivi, nemmeno la gente è cattiva, per carità…   Ho visto il mondo delle relazioni interpersonali cambiare davanti ai miei occhi e per certi versi ne sono stato l’artefice. Oggi le persone sognano di fare i fashion blogger, prima ti fai il culo e paghi per avere un pubblico, poi, lo stesso pubblico paga te! In un Mondo dove c’è la crisi, le aziende non esistono esistono solo gli individui. Il problema è che devi piacere! Gentile con tutti, compiacente, insomma: smart. Così la libertà di espressione si trasforma in una autocensura. Un calderone di “figaggine” dove tutti sbraitano e nessuno dice nulla. Le vere dinamiche si svolgono “dietro le quinte”, nei mitologici messaggi privati. Qui tutto si deforma, qui girano i soldi, le perversioni gli odi e gli amori incoffessati. Un mondo a parte. La matrice…

I nuovi supereroi sono sui social network, sono modelli da emulare sono la proiezione di tutti i nostri sogni. Sono alle feste giuste, sono alle sfilate, conoscono i Vip, quindi diventano i “nuovi Vips” è un meccanismo che si genera da solo: basta solo avere il consenso. Il consenso è un fatto politico, un fatto di equilibri. Se pensi che uno sia un coglione, non puoi dirlo…  Diventi  “hater”, uno che odia uno che invidia. La libertà di espressione diventa valore solo se hai qualcosa da mostrare agli altri. Puoi mostrare una foto di un paesaggio figo, un interno, una foto concettuale, la foto dei tuoi addominali, delle tue macchine, una bella frase copiata, insomma mostra qualcosa. Se commenti devi mettere applausi, cuori, bacini o le manine congiunte allora sei ok. Se dai del cretino a un narciso clinico in un commento diventi impopolare oppure semplicemente “hater”. Tutto perfetto. E’ un sistema dove la moderazione e del tutto inutile. La gente si modera da sola. I social network diventano la piazza del tuo stesso paese, eh sì perchè i tuoi seguaci li conosci quasi tutti, poi te li ritrovi nel reale. Abbiamo creato questo. Abbiamo chiuso i confini ci servono conferme continue abbiamo bisogno di definirci e ci definiamo attraverso la compiacenza altrui un pubblico piccolo e insignificante che però è il boccaporto della matrice. Nella matrice siamo terribilmente veri.

Spitzer, la definisce Solitudine Digitale, io ho la presunzione di chiamarla evoluzione delle dinamiche interpersonali. Non ci vedo nulla di male, solo mi sento più libero a starne fuori vomitando parole sul mio blog e leggendo news dal mio twitter.